CARNE COLTIVATA, COME I DIVIETI PENALIZZANO CONSUMATORI, ANIMALI E AMBIENTE

Le istituzioni di vari Paesi stanno analizzando sempre più spesso la definizione di “carne” ad uso alimentare. È un dibattito senza confini e ancora più importante in questi tempi di estrema instabilità. Questa discussione nasce dalla crescita della richiesta di carni con caratteristiche che le produzioni tradizionali non soddisfano ma a cui stanno invece rispondendo sia sostituti a base vegetale come soia, grano o micoproteine, che la ricerca per lo sviluppo di carne a partire da colture cellulari. Ciò che sembrava impossibile realizzare a prezzi contenuti si sta traducendo in realtà grazie a ingenti investimenti nella ricerca, che prefigura un futuro in cui allevamenti e macellazione potranno essere gradualmente sostituiti da alternative incruente, maggiormente sostenibili e più controllate dal punto vista sanitario. Fra gli investitori troviamo alcuni dei più grandi produttori di carne al mondo come JBS, Cargill o Tyson Foods, oltre a imprese alimentari multinazionali.

Ogni anno centinaia di miliardi di animali terrestri e marini vengono allevati o catturati per la produzione alimentare, con modalità che non sono più sostenibili: l’attuale industria della carne produce più emissioni di tutti i trasporti di terra, aria e mare e non può garantire sicurezza alimentare a un pianeta che si sta avviando a raggiungere i 10 miliardi di abitanti. Circa il 90% della soia e il 50% di cereali prodotti a livello globale vengono utilizzati per cibare gli animali allevati e la maggior parte delle malattie infettive umane conosciute è di origine zoonotica. La necessità di un cambio di registro si fa sempre più urgente. Scienziati e aziende sono convenuti a Londra da tutto il mondo per discuterne nel Meat Evolution Summit (MEVO), il vertice per l’evoluzione della carne, scambiando informazioni scientifiche e commerciali, e ribadendo che non si può perdere più tempo con i ‘se’ ma bisogna impegnarsi sul ‘come’. Paul Shapiro è il presidente di The Better Meat Co, che produce micoproteine in California. Spiega questa rivoluzione che si fonda su provette e bioreattori con un paragone storico: “Un tempo si spennavano oche per scrivere e si usavano cavalli come mezzo di trasporto. L’avvento delle penne e delle automobili ha offerto alternative più umane e pratiche. É arrivato il tempo di cambiare anche nel modo di produrre carne”.

Altre aziende lavorano da oltre vent’anni sul fronte delle colture cellulari, già utilizzate estensivamente in medicina. Grandi allevatori e multinazionali alimentari stanno investendo in questo settore perché le carni alternative riducono il consumo di risorse incluse quelle idriche, accelerano i tempi di produzione, permettono controlli sanitari più approfonditi sui prodotti commercializzati, e vengono elaborate in modo da mantenere tutte le caratteristiche nutritive della carne proveniente da animali macellati diminuendone il contenuto di tossine e grassi. Alcune aziende come l’israeliana Aleph lavorano a partire da cellule di specifiche razze bovine, sviluppando un prodotto controllato meticolosamente dal punto di vista sanitario, per raggiungere consistenza e qualità organolettiche che non ambiscono più a essere simili alla carne prodotta con animali allevati ma superiori. Negli Stati Uniti, Singapore e altri Paesi, inclusi alcuni europei, lo sviluppo e la ricerca continuano, per continuare a migliorare la qualità e abbassare i prezzi di produzione. In Cina, l’università di Nanchino sta lavorando dal 2009 sullo sviluppo di carne di maiale a partire da colture cellulari, con i primi risultati ottenuti dieci anni dopo e completando due anni fa i test per la produzione in bioreattore.

Per trovare i pionieri della produzione alternativa di pesce e crostacei dobbiamo invece tornare in California, anche se i mercati più interessati si trovano in Asia e Medio Oriente. Sono iniziati recentemente i primi test per verificarne il gradimento dei consumatori.

La crescita è lenta e la quota di mercato è ancora molto ridotta perché tutto procede attraverso investimenti di decine di milioni di dollari, la tecnologia è ancora in sviluppo e in alcuni casi si è ancora in fase di perfezionamento. Nessuno si azzarda a fare previsioni sulle percentuali di crescita ma nessuno ha dubbi che questo cambiamento epocale sia già avviato.

Noi dove siamo in tutto questo? Dietro la spinta di Coldiretti, nel 2023 l’Italia è stato il primo Paese al mondo a vietare la produzione e commercializzazione di carne coltivata, con la scusa di voler tutelare il patrimonio agroalimentare nazionale. Vietarne il commercio nel mercato comune europeo sarebbe illegale, quindi il divieto taglia semplicemente fuori l’Italia dal circuito internazionale di ricerca e sviluppo di prodotti già autorizzati dalle autorità di sicurezza alimentare di altri Paesi. In altre parole, la carne coltivata arriverà comunque sulle tavole italiane, mentre i profitti dei produttori rimarranno all’estero. Una logica clientelare miope, con danni economici a lungo termine.

2026-04-07T14:44:10Z